mercoledì 30 settembre 2015

PAPA FRANCESCO CONQUISTA L'8X1000 DI SCALFARI

ALLA CHIESA CATTOLICA
L'otto per mille
di Eugenio Scalfari
Colpo di teatro, ieri sera, a “di martedì” su La7: il fondatore di “Repubblica” Eugenio Scalfari, dinanzi a un divertito Giovanni Floris ha rivelato di aver sottoscritto, per la prima volta in vita sua, l’otto per mille a favore della Chiesa cattolica. Confermandosi rigorosamente “miscredente”, Scalfari ha motivato la sua scelta collegandola al Pontificato di Bergoglio, “un Papa più laico dello stesso Stato” e che combatte il temporalismo della Chiesa. E poi un Papa profetico e rivoluzionario. Motivazioni sufficienti per il laicissimo Scalfari per fidarsi della Chiesa cattolica. Quella Chiesa che con i fondi dell’otto per mille destinati dagli italiani va in soccorso dei poveri in Italia e nel mondo e supplisce, di fatto, a un welfare sempre più traballante.
Cosa dire della scelta del “miscredente” Scalfari? Benvenuto in quell’esercito di milioni di italiani che da decenni si fidano della Chiesa e le affidano una piccolissima parte delle loro tasse destinate non solo alle esigenze di culto, ma soprattutto ad alleviare, per mille strade, le sofferenze dei poveri. Che stanno a cuore al Papa come a tutti i credenti. E ai laici, laicisti e laicissimi in buona fede.
 

SBALLO IN COLORADO

MONITORAGGIO INQUIETANTE
Marjiuana libera il caso controverso del Colorado
L'uso "ricreativo" prevede svariate forme e modalità di utilizzo, come per esempio la commercializzazione di diversi cibi, in particolare dolci. La diffusione di questi particolarissimi biscotti e orsetti gommosi ha ingenerato un aumento del 26% dei casi di intossicazione infantile e dei ricoveri al pronto soccorso. La vendita libera attrae moltissimi acquirenti dagli Stati confinanti
Emanuela Vinai
Cosa succede in un Paese a seguito della legalizzazione della marjiuana? Se lo sono chiesti negli Stati Uniti a un anno dall’approvazione della legge che ha introdotto il 1 gennaio 2014 la libera circolazione - retail - della cannabis in Colorado. I risultati di questo monitoraggio sono stati presentati dal dottor Russell Bowler del “National Jewish Health” (Universita’ del Colorado) durante l’annuale congresso della Societa’ Europea di medicina respiratoria (Ers) in corso ad Amsterdam.
Negli Usa la marijuana è illegale per la legge federale, ma, per l’autonomia di giurisdizione, è legale in ben 25 Stati, per lo più per utilizzo terapeutico sotto controllo medico. In Colorado però, da un anno e mezzo a questa parte, le cose vanno un po’ diversamente: la marijuana è liberamente commerciabile come un qualunque altro bene di consumo, acquistabile a partire dai 21 anni di età.

PROBLEMI PESANTI COME L'ACCIAIO

PRESSING DI CONFINDUSTRIA
L'Ilva perde commesse. Ormai può salvarla solo la mano pubblica
Il presidente Giorgio Squinzi: "La sua ripresa è decisiva per il futuro del Paese, che non può rinunciare alla siderurgia senza retrocedere". Ma non ci si nasconde che i ritardi nella nascita della newco (la cordata di imprenditori privati destinata a prenderne le redini) abbia suscitato preoccupazione e seminato confusione
Marina Luzzi
Taranto e l’Ilva. Un matrimonio in crisi, con l’Europa che ne aspetta la fine alla finestra. Un quadro allarmante, almeno secondo Confindustria, che ha indetto i propri stati generali, il 24 settembre, nel capoluogo ionico per fare il punto sulla situazione del siderurgico.

Le parole di Squinzi. “Siamo qui a Taranto per affermare con forza che la questione Ilva è strategica per il Paese. Vogliamo che siano chiari il percorso e i tempi entro cui questa impresa sarà restituita al mercato e, per questo, mettiamo a disposizione del governo e dei commissari le nostre competenze, nell’interesse dell’Italia”. Ha esordito così il presidente della Confederazione degli industriali Giorgio Squinzi davanti ai giornalisti. “Abbiamo sposato questa battaglia fin da subito e vogliamo continuare a farlo - ha proseguito - a beneficio dell’impresa e del suo indotto. Ilva è un simbolo perché emblema delle difficoltà di fare impresa in Italia e la sua ripresa è decisiva per il futuro del Paese, che non può rinunciare alla siderurgia senza retrocedere”.

La perdita di commesse.
I timori degli industriali si sono materializzati nel vedere sfumare la commessa con il consorzio Tap.

martedì 29 settembre 2015

GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI 2016

COMUNICAZIONE E MISERICORDIA
Per noi la sfida
più esaltante
“Comunicazione e misericordia: un incontro fecondo”. È il tema scelto da Papa Francesco per la prossima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali (clicca qui). Come è ben evidente, la decisione è stata determinata dalla celebrazione del Giubileo straordinario della misericordia. Il Papa intende, dunque, che la Giornata mondiale offra un’occasione propizia a tutti gli operatori della comunicazione, e non solo, per riflettere sul rapporto profondo tra comunicazione e misericordia.
In che modo? Il Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali suggerisce di rileggere il numero 12 della Bolla d’indizione del Giubileo “Misericordiae Vultus”: “La Chiesa ha la missione di annunciare la misericordia di Dio, cuore pulsante del Vangelo, che per mezzo suo deve raggiungere il cuore e la mente di ogni persona. (…) Il suo linguaggio e i suoi gesti devono trasmettere misericordia per penetrare nel cuore delle persone e provocarle a ritrovare la strada per ritornare al Padre”.

LA C.E.I. CHIAMA LE DIOCESI A ILLUMINARE PIAZZA SAN PIETRO E IL MONDO PER IL SINODO SULLA FAMIGLIA

IL 3 OTTOBRE A ROMA
Insieme per illuminare il Sinodo sulla famiglia
La Conferenza episcopale italiana ha proposto di celebrare, la vigilia del Sinodo, una notte della luce: tutte le diocesi sono invitate ad essere, la sera del 3 ottobre, in Piazza San Pietro per pregare con il Papa perché il Sinodo faccia risplendere in pienezza la luce di Dio sulle famiglie. La preghiera anche nelle comunità e l'invito ad accendere in ogni casa una candela e metterla sulla finestra
Vincenzo Rini
Luce e tenebre: è la storia della salvezza e dell’eterna guerra tra bene e male; una battaglia che ha il bene come vincitore sicuro e definitivo, ma che, ciò nonostante, segna da sempre e per sempre la storia degli uomini. Fin dall’inizio, Dio “separò la luce dalle tenebre” (Gen 1,4). Dio creatore, che è la luce, si manifesta nel Verbo, come ricorda il Vangelo di Giovanni: “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv1,9), e “la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta” (Gv1,5).
Tra i vari campi di questa “guerra”, oggi c’è la famiglia: è su di essa, centrale nel progetto di Dio e nella storia umana, che si combatte la battaglia tra luce e tenebre: la luce sta nel progetto di Dio che “creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: Siate fecondi e moltiplicatevi (Gen1,28).

IN FUTURO NON CI SARANNO PIÙ POVERI ...ALMENO A PAROLE!

I POVERI ATTENDONO
Lotta alla povertà ecco le proposte fra le quali scegliere
Dal Reddito di inclusione sociale (Reis) proposto dalla ''Alleanza contro la povertà in Italia'' al Family Act presentato dai parlamentari di Area popolare; dal Reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia del Movimento 5 Stelle, alle ipotesi formulate dal Governo in vista della Legge di stabilità. La comparazione con l’Europa e i dubbi sollevati dagli esperti
Luigi Crimella
Secondo la Caritas Italiana, dall’inizio della crisi ad oggi (2007-2014) la povertà assoluta nel nostro Paese è raddoppiata, passando da 1,8 a 4,1 milioni di poveri. Non solo la percentuale di questi poveri “assoluti” è salita dal 3,1 al 6,8 della popolazione, ma in genere i poveri in senso lato (circa il 12% della popolazione) sono diventati ancora più poveri. E che fare di fronte a questa miseria dilagante? Vari “soggetti” politici e del privato sociale sono scesi in campo, con le loro proposte. Eccole qui di seguito.
 
Reis. La rete di “Alleanza contro la povertà in Italia”, composta dalla stessa Caritas Italiana insieme con Acli, sindacati, Azione cattolica, S. Egidio, Forum Terzo Settore, Focolari, Action aid, Confcooperative, S. Vincenzo dè Paoli, Banco alimentare, Jesuit social network e altri, hanno elaborato lo strumento del “Reis” (Reddito di inclusione sociale).

lunedì 28 settembre 2015

VERSO LA XXXI GIORNATA MONDIALE DEI GIOVANI A CRACOVIA DAL 26 AL 31 LUGLIO 2016

IL PAPA AI GIOVANI
Guadagnarsi la Gmg con le opere di misericordia
Nel suo Messaggio per la XXXI Gmg che si celebrerà a Cracovia dal 25 al 31 luglio 2016, Papa Francesco offre ai giovani di tutto il mondo le coordinate per diventare "apostoli della misericordia2. E lo fa in modo concreto: "Vorrei proporre per i primi sette mesi del 2016 di scegliere un'opera di misericordia corporale e una spirituale da mettere in pratica ogni mese". Il modello di vita di santa Faustina
Daniele Rocchi
Riscoprire le opere di misericordia corporale e spirituale per essere “strumenti” della misericordia di Dio “verso il nostro prossimo”. Nel suo Messaggio per la XXXI Gmg che si celebrerà a Cracovia dal 25 al 31 luglio 2016, Papa Francesco offre ai giovani di tutto il mondo le coordinate per diventare “apostoli della misericordia”. E lo fa in modo concreto, partendo proprio dal tema della Giornata, “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia” che di fatto inserisce Cracovia nell’Anno Santo della Misericordia, trasformandola in un vero e proprio Giubileo dei Giovani.

Un programma di vita. La misericordia, per Francesco, è “un programma di vita molto concreto ed esigente perché implica delle opere… Non è ‘buonismo’, né mero sentimentalismo”. In essa “c’è la verifica dell’autenticità del nostro essere discepoli di Gesù, della nostra credibilità in quanto cristiani nel mondo di oggi”. Credibilità che fa rima con concretezza. La misericordia di Dio, il cui “segno più eloquente è la Croce”,

CALCIO MODERNO

FIORENTINA-TORINO-SASSUOLO
Il policentrismo
irrompe nel calcio

A guardare oggi la classifica del campionato di calcio di Serie A (magnifica ossessione del maschio italiano medio), dalle parti di Firenze si stropicciano gli occhi, come ai tempi del miglior Batistuta. L’impresa di Milano (Inter battuta per 4 a 1, ma soprattutto dominata) ha proiettato i viola in vetta alla serie A. E dopo la coppia Fiorentina-Inter c’è il Torino che ha più del doppio dei punti dei cugini juventini, e poi il Sassuolo (unica squadra imbattuta) e vera rivelazione del campionato. E più giù Lazio, Roma, Chievo e Sampdoria.

EUROPEI IN SALUTE ...MA PER QUANTO ANCORA?

RAPPORTO SULLA SALUTE OMS
Più sani e longevi gli europei ma forse non durerà
Attualmente l'aspettativa di vita è in costante aumento, ma appare plausibile per le generazioni future un'inversione di tendenza. A questa conclusione si giunge per diverse ragioni: l'abuso di tabacco e alcool, la copertura vaccinale che non ha ancora raggiunto la soglia minima, ma soprattutto il rischio povertà causato dal costo elevato delle cure a carico dei singoli
Maurizio Calipari
Lascia contenti a metà la lettura dell'ultimo rapporto sullo stato di salute nei Paesi europei, pubblicato pochi giorni fa dall'Ufficio Regionale per l'Europa dell'Organizzazione mondiale della sanità (EuOms). Il rapporto, pubblicato ogni tre anni, scandisce il cammino di politica sanitaria europea adottata dai 53 Stati membri nel 2012, finalizzato al raggiungimento, entro il 2020, di obiettivi concordati comunitariamente. Dicevamo di un quadro sanitario europeo, contrassegnato da luci ed ombre.
 
Cominciamo dalle luci. Gli europei vivono più a lungo rispetto al passato e la loro aspettativa di vita è in costante aumento. Inoltre, la mortalità prematura (fra i 30 e i 70 anni) - le cui principali cause sono legate a malattie cardiovascolari, cancro, diabete mellito e patologie croniche dell'apparato respiratorio - è costantemente diminuita fra il 1998 e il 2012, con un tasso medio annuo dell'1,8%, e le previsioni dicono che, sia pure a un ritmo leggermente ridotto (1,5%), questo decremento continuerà fino al 2020.

SINODO SULLA FAMIGLIA

DAL 4 AL 25 OTTOBRE
Sinodo sulla famiglia  Istruzioni per l'uso
Tutti i numeri dell’appuntamento voluto da Papa Francesco per rispondere ai grandi interrogativi sul futuro della famiglia. Il tema che i padri sinodali dovranno approfondire: ''La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo''. Novità nella metodologia dei lavori. Commemorazione per i 50 anni dell’attività sinodale
M. Michela Nicolais
Tutti i numeri del Sinodo ordinario sulla famiglia: 160 padri sinodali in rappresentanza dei cinque continenti - 44 dall’Africa, 46 dall’America, 25 dall’Asia e 45 dall’Europa - 22 provenienti dalle Chiese orientali, 10 eletti dall’Unione Superiori Generali, 25 capi dicastero, 51 uditori e uditrici (tra cui 17 coppie di sposi), 14 delegati fraterni, 45 membri di nomina pontificia. Papa Francesco ha completato, il 15 settembre, la composizione del Sinodo ordinario sulla famiglia, che si svolgerà in Vaticano dal 4 al 25 ottobre, nominando personalmente 45 padri sinodali (erano stati 26 al Sinodo straordinario dell’anno scorso). Numerosi i cardinali e vescovi italiani,

venerdì 25 settembre 2015

I POLITICI HANNO STUFATO ANCHE IN TELEVISIONE

LA CRISI DI UN GENERE TV
Talk politici bocciati
dai telecomando

Che noia, che barba! Che barba, che noia! La crisi dei talk politici si può misurare con l’audience (sempre rigorosamente molto sotto le due cifre) o con gli sbadigli che accompagnano le serate televisive. Non ci arruoliamo nell’esercito dei detrattori perché sarebbe da smargiassi sparare su chi già boccheggia, ma è evidente che un profondo cambiamento si impone. In questi giorni i critici televisivi, e non solo, si sono esercitati nello sparare a palle incatenate sui conduttori ormai a corto di fiato e di idee. Sinceramente va detto che sia loro sia gli autori sembrano non trovare il bandolo della matassa. E sta di fatto che i duelli a distanza fra i talk politici delle diverse reti sono ormai un fallimento per tutti.

#VAMOSPORLAPAZ

CON LA SPINTA DI FRANCESCO
Accordo con le Farc la Colombia sulla strada della pace
Le trattative all'Avana fra il governo di Bogotà e i guerriglieri hanno finalmente trovato uno sbocco positivo. C'è una data da rispettare per la firma ufficiale: 23 marzo 2016. I punti dell'intesa: riforma rurale, partecipazione politica degli ex guerriglieri, produzione e vendita di droga, gestione giudiziaria del dopo-conflitto. La scommessa vinta dal presidente Santos. Il peso dell'esercito
Bruno Desidera
#LaPazEstáCerca (La pace è vicina), #VamosPorlaPaz. Sono questi gli “hashtag” nelle migliaia di tweet che in queste ore stanno facendo il giro del mondo per commentare lo storico e atteso accordo di pace tra il governo della Colombia e i guerriglieri delle Farc. Storico, perché nel Paese latinoamericano la guerra dura da più di mezzo secolo, ha provocato secondo accreditate stime 220mila vittime e 5 milioni di sfollati, i cosiddetti “desplazados”. Atteso, perché le trattative, nella sede “neutrale” dell’Avana, capitale di Cuba proseguono tra alti e bassi fin dal 2012 e proprio domenica scorsa, durante l’Angelus recitato a L’Avana, papa Francesco aveva detto senza mezzi termini: “Per favore, non possiamo permetterci un altro fallimento in questo cammino di pace e riconciliazione”. Un accordo, però, non condiviso da tutti, visto che un altro hashtag (#AcuerdoDeImpunidad, l’accordo dell’impunità) accompagna le furibonde reazioni dell’ex presidente Álvaro Uribe Vélez.

I GIOVANI SCIENZIATI

IL CONCORSO EUCYS 2015
L'innovazione corre sulle gambe dei giovanissimi
Il concorso della Commissione europea, destinato ai giovani scienziati di tutto il mondo, ha registrato la partecipazione di 169 studenti provenienti da 39 Paesi di cinque continenti con un'età compresa tra 14 e 20 anni. In evidenza gli italiani a cui è stato assegnato, fra gli altri, il premio della Fondazione Bruno Kessler per ''iBin: bidone intelligente per la differenziazione dei rifiuti''
Tamara Ciarrocchi
Il dispositivo per il monitoraggio dello stato di salute dei mari, il bidone separa-rifiuti per aiutare gli anziani nella raccolta differenziata o il distributore di farmaci per evitare sprechi, sono solo alcuni dei 103 progetti selezionati dalla giuria internazionale dell’evento Eucys 2015. Il concorso della Commissione europea destinato ai giovani scienziati di tutto il mondo organizzato dal 17 al 22 settembre in Italia ha scelto Milano per la sua finale. 169 gli studenti partecipanti e provenienti da 39 Paesi di cinque continenti con un’età compresa tra i 14 e i 20 anni. Ottimi risultati per gli italiani.

giovedì 24 settembre 2015

TUTTI ATTORI

CON UNA NUOVA ''APP''
Catapultati sul set
di un film ''romano''

Chi non ha sognato almeno una volta di essere il personaggio principale di un film? Magari vestendo i panni di un fortunato giornalista come Marcello Rubini (Marcello Mastroianni) o una sinuosa Silvia (Anita Ekberg) ne “La dolce vita” di Fellini, piuttosto che un ironico Onofrio del Grillo (Alberto Sordi) nel “Marchese del Grillo” di Monicelli, ma anche in un film come “Roma città aperta” di Rossellini, “Sciuscià” o “Ladri di biciclette” di Vittorio De Sica, “Guardie e ladri” di Monicelli, “Febbre da cavallo” di Steno, fino ad arrivare ai giorni nostri con “Romanzo criminale” di Michele Placido piuttosto che “La grande bellezza” di Sorrentino. Ora questo sogno, a Roma, potrebbe diventare realtà. È stata infatti messa a punto da un team di giovani creativi e tecnici “Walk in cinema”, una nuova applicazione per cellulari che unisce cinema e “AR”, cioè “realtà aumentata”, informazioni elettroniche grazie alle quali si aumenta la percezione sensoriale.

CONNESSI E/O DISCONNESSI A INTERNET E/O FAMIGLIA

COSTI UMANI ALTISSIMI
Contro il cyberbullismo dall'Italia del Sud forti segnali di reazione
Tra le diverse iniziative di contrasto, sono stati avviati dalle Aziende sanitarie di Potenza e Trapani due progetti sul modello dell’ambulatorio contro il cyberbullismo aperto nel marzo 2014 a Roma presso il Policlinico universitario ''Agostino Gemelli''. Creato un blog dalla giornalista Cetty Mannino per affrontare la sicurezza sul web direttamente con gli adolescenti
Giovanna Pasqualin Traversa
Informazione, formazione, accompagnamento: si gioca su questo trinomio la lotta contro il cyberbullismo, “mostro” incorporeo che, protetto dall’anonimato, colpisce senza pietà i ragazzi più deboli con grandi sofferenze psicologiche, spingendoli a volte - ed è anche cronaca recente - addirittura al suicidio. Secondo una recente indagine della Polizia di Stato - in collaborazione con il ministero dell'Istruzione e il Garante per l'infanzia - un ragazzo su quattro dichiara di essere sempre connesso, nove su dieci hanno uno smartphone con accesso a internet, e sei su dieci sono stati vittime di cyberbullismo. Il fenomeno è in costante aumento, ma le famiglie - e questo è un altro dato preoccupante - spesso non ne hanno consapevolezza. Tra le diverse iniziative di contrasto, sono stati avviati dalle Aziende sanitarie di Potenza e Trapani due progetti sul modello dell’ambulatorio contro il cyberbullismo aperto nel marzo 2014 a Roma presso il Policlinico universitario “Agostino Gemelli”, ed è stato creato un blog.

SPENDING REVIEW SANITÀ ...ALLA FINE A CHI TOCCA PAGARE IL CONTO?

STRETTA SUGLI ESAMI MEDICI
"Spendere bene per non togliere cure ai veri malati"
Filippo Boscia, presidente dell'Associazione medici cattolici italiani (Amci): "Non si deve e non si può continuare a sprecare o spendere male. La medicina delle prescrizioni improprie, dettate soprattutto dalla tendenza 'difensiva' dei medici di fronte a pazienti sempre più aggressivi, è una tragedia economica". E ancora: "Il ruolo dei medici cattolici in tempi di crisi economica si fa più rilevante"
Luigi Crimella
Le chiamano “prescrizioni a rischio di inappropriatezza” e l’elenco reso noto dal ministero della Salute ne prevede 208. Stiamo parlando di esami di laboratorio, raggi X, risonanze magnetiche, Tac, medicina nucleare, “medicina difensiva”, odontoiatria, esami genetici, analisi del Dna, allergologia, esercizi respiratori, terapie della luce, ecc.: per tutte queste prestazioni, finora parzialmente o totalmente coperte dal Servizio sanitario nazionale, da qui in avanti lo Stato intende stringere i cordoni, sottoponendo i medici a controlli più serrati per constatare, di volta in volta, che la loro prescrizione sia davvero motivata da ipotesi sanitarie gravi. Il testo che contiene tutte queste indicazioni verrà inviato alla Conferenza delle Regioni, che sono responsabili del Servizio sanitario, e il fine lo comprendiamo chiaramente: “lotta agli sprechi”. Sullo sfondo c’è la già citata “medicina difensiva”, vale a dire la tendenza dei medici a prescrivere tutto quanto (e a volte anche di più) di quello che il paziente angosciato chiede, per evitare che lo stesso citi in giudizio il camice bianco. A fronte di prime reazioni del mondo sanitario di perplessità se non di aperta opposizione a questo diktat governativo, abbiamo consultato il professor Filippo Boscia, presidente nazionale dell’Associazione medici cattolici italiani (Amci).

VERSO IL SINODO DEI VESCOVI

UDIENZE DEL MERCOLEDÌ
Con 28 catechesi il Papa ha preparato le famiglie al Sinodo
Ci sono i ''miracoli di tutti i giorni'' delle famiglie, ma anche le loro ''ferite'', al centro di quasi un anno di catechesi di Papa Francesco sulla famiglia: 28 in tutto, dal 10 dicembre 2014 al 16 settembre 2015, perché la fase che intercorre dalla celebrazione straordinaria e quella ordinaria del Sinodo è ''un cammino comune'' di ''tutto il popolo di Dio''
M. Michela Nicolais
La vita familiare è “un capolavoro di semplicità, bello proprio perché non artificiale, non finto, ma capace di incorporare in sé tutti gli aspetti della vita vera”, che “non si fa in laboratorio, si fa nella realtà”. Ci sono i “miracoli di tutti i giorni” delle famiglie, ma anche le loro “ferite”, al centro di quasi un anno di catechesi di Papa Francesco sulla famiglia: 28 in tutto, dal 10 dicembre 2014 al 16 settembre 2015, perché la fase che intercorre dalla celebrazione straordinaria e quella ordinaria del Sinodo è “un cammino comune” di “tutto il popolo di Dio”. Per definire la portata della “missione” della famiglia, il Papa usa una metafora calcistica: le famiglie “portano in campo i fondamentali della creazione di Dio: l’identità e il legame dell’uomo e della donna, la generazione dei figli, il lavoro che rende domestica la terra e abitabile il mondo”. Prima di quelli che Francesco, durante la scorsa udienza generale, ha definito due “belli e significativi” appuntamenti ormai imminenti – l’incontro mondiale delle famiglie a Philadelphia e la fase conclusiva del Sinodo a Roma – e in attesa della Veglia del 3 ottobre promossa dalla Chiesa italiana in piazza San Pietro, scopriamo insieme come il Papa vuole che giochiamo questa partita.

lunedì 21 settembre 2015

"Svegliate il mondo". La Veglia di preghiera dei giovani consacrati


Riflettere sulla propria vocazione, mettendosi in ascolto di Gesù, che “chiamò a sé quelli che egli volle. Ed essi andarono da lui”. Con questo spirito il 18 settembre in piazza S.Pietro in 4mila giovani hanno pregato durante la Veglia per il primo incontro mondiale dei giovani consacrati. L’evento, terminato sabato 19 settembre, è stato organizzato dalla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di vita apostolica.

venerdì 18 settembre 2015

TEMPI MODERNI

ACCADE IN PUGLIA
Apre alle 3 del mattino l'asilo nido per i figli dei braccianti
L'amministrazione comunale di Villa Castelli (Brindisi), guidata da Vitantonio Caliandro, ha voluto venire incontro a quei lavoratori, soprattutto donne, costrette a lasciare i propri figli alla cura di familiari e amici. Una navetta passa a prendere i bimbi e li porta all'asilo che resta aperto sino alle 20. Il progetto, realizzato con una cooperativa sociale, garantisce accoglienza a 75 bambini
Andrea Dammacco
La normalità a volte fa clamore. A Villa Castelli, paesino con poco meno di 10mila abitanti in provincia di Brindisi, è partita una bellissima iniziativa dell’amministrazione comunale: l’apertura di un asilo nido per le famiglie dei braccianti agricoli che, a causa delle levatacce molto prima del sorger del sole, fanno mille sforzi per trovare qualcuno che possa badare ai propri figli mentre papà e mamme sono nei campi a raccogliere uva, fragole e pomodori. Il progetto comunale, sostenuto dai buoni del servizio di “Conciliazione Vita-Lavoro per le famiglie”, ha visto la vittoria della gara pubblica da parte della cooperativa sociale Giocartacli che dal 16 settembre offre a 75 bambini figli dei braccianti, servizi di scuola d’infanzia e attività di intrattenimento. “La dignità e i bisogni delle famiglie vengono al primo posto nella nostra società”, afferma il sindaco di Villa Castelli Vitantonio Caliandro. “Non è solo un servizio alle famiglie - prosegue il primo cittadino - ma è la necessità di instaurare una cultura civica nuova in una società che è costantemente in movimento”.
 
Non solo caporalato. Negli ultimi mesi le terre pugliesi sono state al centro del dibattito nazionale per il fenomeno del caporalato. Una pratica, in realtà, molto vecchia e tristemente consuetudinaria. Ma la vita sa ancora stupirci. La contronotizia di Villa Castelli getta infatti una luce nuova sulla società pugliese. Il progetto del Comune, unica in tutto il Sud, dona un servizio di non poco valore alle famiglie. “L’iniziativa parte da un’esigenza del nostro territorio, - dice Caliandro - un’esigenza della mia comunità che ha una vocazione agricola. Le nostre lavoratrici e i nostri lavoratori sono costretti ad alzarsi al mattino presto per raggiungere mete di lavoro che a volte si trovano anche in province o regioni diverse come la Basilicata. E per raggiungere il luogo di lavoro in orari adeguati devono purtroppo lasciare i loro figli nelle mani di familiari o amici. E anche in orari insoliti, come le tre o le quattro del mattino”. Un problema quasi disperato per le mamme e i papà agricoltori. Ed è qui che il Comune è intervenuto: “L’amministrazione di Villa Castelli allora ha preso in considerazione questa esigenza, facendosi carico dei bisogni della sua comunità e affidando alla cooperativa Giocartacli la realizzazione. Il progetto prevede l’apertura dell’asilo fin dalle 3 del mattino. L’attività si conclude alle 20 di sera. Con percentuali di sconto che vanno dal 20 al 90% della tariffa applicata, diamo aiuto alle famiglie anche per il trasporto. Una navetta, infatti, passa di casa in casa a prendere i bambini e li trasporta al centro d’infanzia”.
 
Garanzie per la famiglia. La società è in continuo cambiamento. Gli orari di lavoro e i lavori stessi coprono spesso archi di tempo che mal si conciliano con i servizi erogai dalle strutture pubbliche. Ma le leggi dello Stato sono in ritardo cronico. Ecco allora le piccole comunità intervenire con iniziative come questa per dar modo a mamme e papà di non abbandonare i propri figli e garantire loro una vita sociale ed educativa adeguata. “Un gesto che portiamo avanti per agevolare le lavoratrici in particolar modo. Una società che cambia deve anche cambiare i servizi, adeguarli alle esigenze della comunità. Non si può pensare in maniera rigida imponendo servizi a predeterminati orari. Questo oggi non è più pensabile”. Il resto dell’Europa ha già intrapreso questa strada realizzando servizi alle famiglie tesi ad evitare la disgregazione dei nuclei domestici: “Si deve adeguare la struttura pubblica ad un bisogno di maggiore garanzia per i figli. C’è una fragilità sociale complessiva. Allora gli amministratori pubblici devono avere maggiore attenzione alle comunità senza pensare esclusivamente in termini di Pil. C’è la famiglia con i suoi bisogni e le sue difficoltà. Bisogna cominciare a porre in essere una visione delle cose differente, coniugando l’esigenza di non sperperare denaro pubblico con i bisogni di chi lavora”. Ma tutto ciò può nascere se si coltiva il dialogo con i cittadini: “Se non si conoscono i reali bisogni della nostra terra non si può costruire niente. Abbiamo il dovere di dialogare con il territorio. In questo senso questa è un’iniziativa piccola ma grande. A volte pensi di fare una cosa normalissima ma invece diventa una cosa roboante”.
 

giovedì 17 settembre 2015

IL GIOCO CHE PIACE E FA DEL BENE

SUSSULTO D'ORGOGLIO
Il calcio europeo è solidale con i migranti
Il progetto "90 minuti per una speranza". Grazie al coordinamento dell'Eca, l'associazione dei club europei, per ogni biglietto venduto nelle partite di Champions League di questa settimana, un euro sarà donato per aiutare chi scappa da guerra e povertà. In Italia spicca la Roma che sosterrà la "Liberi Nantes", squadra romana di terza categoria composta interamente da rifugiati e richiedenti asilo
Francesco Morrone
Nelle ultime settimane l’emergenza dei migranti ha mostrato al mondo un’Europa spaccata, litigiosa e molto lontana dai valori su cui i padri costituenti l’avevano fondata. Dal mancato accordo sulle quote, passando per i muri di filo spinato anti-migranti, fino ad arrivare agli sgambetti sui rifugiati: mai i Paesi dell’Unione europea si erano dimostrati tanto divisi come in questo momento. Ecco allora che a restituirle una parvenza di spirito comunitario ci ha pensato un insolito ma potente alleato: il calcio. In questi giorni il mondo del pallone si è fatto, in maniera abbastanza concreta, strumento di dialogo e di aiuto verso i migranti attraverso iniziative che hanno raccolto un consenso trasversale.
 
Il primo a muoversi è stato il Bayern Monaco che, sulla scia delle aperture della cancelliera Angela Merkel, ha annunciato di voler donare un milione di euro per l’emergenza migranti e di aprire un campo di allenamento per i bambini e i profughi arrivati nelle ultime settimane. Ha donato un milione di euro anche il Real Madrid, seguito a stretto giro dai portoghesi del Porto e dagli scozzesi del Celtic, che hanno deciso di devolvere l’intero incasso dell’ultima sfida di campionato a favore dei migranti. Proprio gli scozzesi, hanno dato il via a un’iniziativa che ha visto aderire tutte le maggiori squadre di calcio europee. Grazie al coordinamento dell’Eca, l’associazione dei club europei, per ogni biglietto venduto nelle partite di Champions League di questa settimana, un euro sarà donato per aiutare chi scappa dalla guerra e dalla povertà. Il progetto si chiama “90 minuti per una speranza” e ha spinto i club più importanti d’Europa a mettere per la prima volta da parte le rivalità per unirsi nel nome di una buona causa.
 
Anche in Italia, comunque sia, non sono mancate iniziative e campagne di solidarietà verso i migranti. La squadra più attiva in questo senso è stata senza dubbio la Roma che, attraverso l’associazione Football Cares, ha promosso una raccolta fondi in favore delle organizzazioni umanitarie che aiutano i rifugiati. Il club capitolino, inoltre, ha staccato un assegno da 575mila euro e ha messo all’asta le magliette indossate dai propri calciatori per aumentare le donazioni. Ma l’impegno sociale della società giallorossa non è finito qui. Il club di James Pallotta ha infatti annunciato un progetto per sostenere la piccola realtà della “Liberi Nantes”, la squadra romana di terza categoria composta interamente da rifugiati e richiedenti asilo politico. Nata nel 2007 con il riconoscimento dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, questa piccola società è stata la prima associazione sportiva dilettantistica in Italia a promuovere il diritto di accesso allo sport per i rifugiati e i migranti, offrendo a uomini e donne in fuga dalla guerra l’opportunità di praticare uno sport.
 
Il calcio per i rifugiati, insomma. E non un calcio ai rifugiati, nel senso letterale dello sgambetto, come quello rifilato dalla reporter ungherese Petra Laszlo a due profughi siriani in fuga dall’Ungheria. È presto per dire se in questi giorni si è assistito alla rinascita dei valori più sani di questo sport, come la lealtà e la solidarietà. Il confine che separa la carità sincera dal marketing resta sottile. Ma dopo essere stato travolto da scandali, doping, scommesse, razzismo e quant’altro, negli ultimi tempi il mondo del calcio aveva mostrato solo il peggio di sé. Lo scandalo della Fifa aveva svelato al mondo quanto fosse radicata la corruzione perfino ai vertici più alti delle federazioni mondiali. Adesso, finalmente, il più ricco e potente di tutti gli sport ha deciso di mettere in mostra il meglio di sé, mobilitandosi per aiutare gli ultimi, i dimenticati. Come Alan Kurdi, il piccolo migrante siriano morto su una spiaggia della Turchia, che in una delle sue ultime fotografie aveva un pallone tra i piedi e sognava di diventare un calciatore. Anche per lui, forse, il calcio ha deciso finalmente di svegliarsi.
 

Il mondo creato è affidato all’uomo e alla donna. Il Papa all'udienza generale (16.09.2015)


L’alleanza tra uomo e donna è “strategica per l’emancipazione dei popoli dalla colonizzazione del denaro”, e deve “tornare a orientare la politica, l’economia e la convivenza civile”. Nella sua ultima udienza sulla famiglia, alla vigilia di eventi “belli e impegnativi” come l’incontro mondiale delle famiglie a Philadelphia e il Sinodo dei vescovi sulla famiglia, il Papa ha ribadito che la famiglia è la “base per difendersi” da “tanti attacchi, tante distruzioni, tante colonizzazioni” che minacciano lo scenario mondiale. “Il mondo creato è affidato all’uomo e alla donna”, ha detto il Papa attingendo a piene mani alla Genesi per spiegare che il peccato originale è “delirio di onnipotenza” che rovina ogni cosa. Nonostante questa eredità che abbiamo tutti, “non siamo maledetti né lasciati a noi stessi”: l’antidoto è l’amore di Dio per l’uomo e la donna. Nella parte finale della catechesi, Francesco ha sgombrato il campo dai tanti “luoghi comuni” sulla donna tentatrice: al contrario, c’è spazio per una “teologia della donna” che attesti come la donna “è la più forte” nel portare avanti il progetto di Dio. “Cristo, nato da una donna, è la carezza di Dio sulle nostre piaghe, sui nostri sbagli, sui nostri peccati”.

AL CUOR NON SI COMANDA ...PER FORTUNA

VOCI DAL CONFINE
Non solo filo spinato… C'è un'altra Ungheria che sostiene i profughi
È successo alla frontiera con la Serbia come a Budapest, alla stazione ferroviaria di Keleti. Ci sono tanti cittadini che non stanno a guardare e portano nei punti di raccolta beni di prima necessità. È un lavoro di accoglienza animato da tante persone: focolarini e amici di Sant’Egidio e di Taizé, Caritas e Ordine di Malta. Anche i gesuiti in prima linea
Maria Chiara Biagioni
Dalla mezzanotte del 15 settembre la frontiera sud dell’Ungheria con la Serbia si è completamente chiusa. Nessuno più riesce a passare. Un vero e proprio tappo al flusso dei migranti che continuano ad accalcarsi alla frontiera. Anche il tratto ferroviario è stato bloccato da un cancello e il confine è pattugliato ogni 25 metri dall’esercito lungo un tratto ritenuto “ragionevole”. È il risultato delle nuove norme decise dal governo di destra di Viktor Orban per modificare la legge sull’immigrazione e far fronte all’emergenza. A raccontare da Budapest come l’Ungheria sta vivendo questa pagina difficile della sua storia è Pál Tóth, professore di scienze della comunicazione prima all’Università di Budapest e ora all’Istituto universitario Sophia di Loppiano. L’Ungheria è uno dei Paesi dell’Est che ha rifiutato le quote obbligatorie della ripartizione dei migranti decisa dall’Ue e nel pacchetto delle nuove norme varate dal governo di Orban c’è anche la decisione di allungare la barriera di filo spinato a Est, chiudendo così anche il confine con la Romania. C’è un unico accesso possibile e “legale” per entrare nel Paese. Si trova a Röszke ma qui i migranti entrano con il contagocce e chi si registra e chiede il permesso, si vede poi rifiutare le schede. La tensione si alza - spiega Tóth - perché si scontrano due correnti: da una parte i migranti che vogliono passare inosservati e rifiutano la registrazione perché per la quasi totalità, l’Ungheria è solo un Paese di passaggio; dall’altra il governo e le forze dell’ordine che hanno il dovere di far rispettare le regole di Schengen.
 
Ungheria impreparata. “L’Ungheria - racconta Tóth - non era assolutamente preparata a gestire una situazione simile. I profughi hanno di colpo cambiato la rotta della loro migrazione preferendo la via balcanica al Mediterraneo. Si era sempre pensato che l’immigrazione fosse un problema prevalentemente italiano, concentrato sostanzialmente a Lampedusa. Non si pensava, insomma, che l’Ungheria potesse diventare un corridoio”. Il Paese si è trovato a dover gestire un fenomeno imprevisto cercando di dare un minimo di ordine. Un’impresa difficile e complessa: “In questi mesi i profughi sono entrati dappertutto, hanno devastato campi di coltivazione e hanno generato nella popolazione locale paura”. Accanto al movimento spontaneo delle persone, corre sempre anche un flusso sotterraneo migratorio organizzato da trafficanti di esseri umani che chiedono dai 7 ai 10mila euro per trasportare i migranti dalla Serbia alla destinazione prescelta. Come il camion con targa ungherese abbandonato sull’autostrada viennese con a bordo i corpi di 71 persone. E nella terra di mezzo dove corre l’illecito, può nascondersi e infiltrarsi di tutto. L’Ungheria sta tentando di difendersi da tutto questo ma - mette in guardia il professore - “la soluzione non può essere quella di costruire politiche di rifiuto di accoglienza. È sbagliato mettersi in un atteggiamento di difesa, perché si rischia di suscitare maggiori tensioni”.
 
La migrazione è un flusso “inevitabile” che fili spinati non possono certamente fermare. La maggior parte delle persone che hanno intrapreso questo lungo viaggio verso l’Europa lo hanno fatto per fuggire da terre dove non avevano più alcuna prospettiva di vita. Dori Fialovszky vive nella comunità dei focolari a Szeged, la città più grande che si trova alla frontiera con la Serbia. È psico-terapeuta dell’infanzia. Da mesi segue il continuo flusso dei migranti nei dintorni della cittadina di Röszke. Arrivano stanchi, affamati, accaldati dopo ore di cammino. Ma soprattutto disperati perché non sanno dove andare. Qualche giorno fa, Dori ha accompagnato una giornalista a riprendere immagini alla frontiera. E proprio lì si è imbattuta in una famiglia giovane con due bambini piccoli che camminavano lungo i binari della ferrovia. Dori propone alla donna di aiutarla a portare lo zaino: vengono da Aleppo e stanno cercando di andare in Francia dove hanno parenti. Erano disperati e stanchi. Lei, in attesa del terzo figlio. Nasce un rapporto che prosegue ancora nel tempo. “Ora si trovano a Vienna. Prima di lasciarli, ho detto che avrei pregato per loro, che Allah non li avrebbe lasciati soli. E loro mi hanno detto che avrebbero pregato per me”.
 
C’è tanta gente che aiuta i migranti, che porta nei punti di raccolta beni di prima necessità. Hanno bisogno di tutto: tende, sacco a pelo, coperte, vestiti, acqua e the. È successo anche a Budapest, alla stazione ferroviaria di Keleti dove i giovani dei Focolari sono andati per giocare con i bambini e gli studenti di medicina per dare una mano nell’assistenza medico-sanitaria. È un lavoro di accoglienza animato da tante persone e comunità come quella della Sant’Egidio, della Caritas e dell’Ordine di Malta, di Taizé. Anche i gesuiti sono in prima linea. Padre Tamas Forrei, provinciale, racconta che l’Ungheria non era preparata a vivere una simile situazione. Per questo i gesuiti hanno messo a punto un articolato programma di formazione per aiutare le persone a capire il fenomeno attraverso incontri, workshop, seminari per insegnanti, programmi per gli studenti. Ogni lunedì, dalle 17 alle 18, si prega per i volontari impegnati e i rifugiati in viaggio. Ma si pensa anche a progetti a lungo termine che aiutano all’integrazione chi decide di rimanere in Ungheria. Un progetto realizzato in collaborazione con tutte le realtà associative presenti sul territorio, Focolari, Sant’Egidio, Taizé. L’altro volto dell’Ungheria che non emerge sui tg.
 

NAPOLI=CAMORRA ...CHIACCHIERE DA BAR? NO, CHIACCHIERE DA POLITICO

DOPO L'AFFONDO DI BINDI
Napoli & camorra. Risposte senza veli alla "provocazione"
La presidente della Commissione antimafia ha sollevato un vespaio con la sua dichiarazione che ha evocato il "Dna dei napoletani". Poi a Tv2000 ha affermato che "A Napoli c'è un rischio negazionismo della camorra che forse una certa élite della città vuole continuare ad alimentare". Le voci di don Tonino Palmese, Mario Di Costanzo, don Vincenzo Doriano De Luca e Lina Lucci
Gigliola Alfaro
La camorra nel Dna dei napoletani? Questa frase attribuita alla presidente della Commissione antimafia, Rosy Bindi, poi smentita, ha suscitato dure polemiche. Bindi ha precisato di aver detto semplicemente che la camorra è elemento costitutivo della città di Napoli. In un’intervista al Tg2000, il telegiornale di Tv2000, Bindi ha poi sostenuto: “A Napoli c’è un rischio negazionismo della camorra che forse una certa élite della città vuole continuare ad alimentare. Così fa un cattivo servizio alla città, anche alla Napoli che è affrancata da questo pericolo. Sulle parole di Bindi su Napoli e la camorra abbiamo raccolto le opinioni di sacerdoti e laici napoletani.
 
Camorra pervasiva. C’è chi legge molte verità nelle parole di Rosy Bindi. “Dalle ultime analisi delle procure generali antimafia e da vari studi fatti emerge che la camorra è così diffusa nella società civile e tra la gente che paradossalmente non ha più bisogno neppure della mediazione della politica per fare affari”, denuncia don Tonino Palmese, vicario episcopale per il settore carità e giustizia della diocesi di Napoli e vice presidente della Fondazione Polis (Politiche integrate di sicurezza). “Non è un problema genetico - chiarisce -, è un problema di pervasività. È camorristico il controllo dei parcheggi da parte degli abusivi, è camorristico viaggiare senza casco, è camorristico il sistema delle tangenti”. Secondo il sacerdote, “se oggi il problema è sotto gli occhi di tutti, soprattutto per l’aspetto delinquenziale giovanile, è arrivato il momento di dare una risposta. Senza polemica, penso che, oltre che con la Commissione antimafia, sarebbe più opportuno confrontarsi con il ministro dell’Istruzione per capire quante altre scuole dobbiamo aprire; con i settori del welfare per comprendere quanti spazi dobbiamo costruire per organizzare il tempo libero dei giovani”. Occorre “offrire risposte adeguate, che non sono i licei o gli istituti tecnici con mille specializzazioni. La risposta all’emergenza educativa dovrebbe passare attraverso la formazione professionale che potrebbe dare reali possibilità di occupazione”.
 
Investire nella scuola. “Tutti cercano la causa della presenza della camorra a Napoli, ma la grande assente è la parola ‘corresponsabilità”, sostiene Mario Di Costanzo, direttore della formazione socio-politica della diocesi di Napoli. “Anche nei quartieri a rischio ci sono una miriade di iniziative di associazioni di volontariato, cattolico e laico, e tentativi di micro-credito; purtroppo - evidenzia Di Costanzo - dobbiamo ammettere realisticamente che sono iniziative meritorie, ma inefficaci: c’è un corto circuito, perché, ad esempio, non c’è un sostegno politico rigoroso”. Il direttore della formazione socio-politica della diocesi di Napoli si dice d’accordo con chi ha lanciato l’idea di “una sorta di Piano Marshall con un investimento a 360 gradi, affrontando per primo il problema dell’evasione scolastica. Il giovane che a malapena consegue un titolo di studio rischia la disoccupazione. Il ragazzo che non avrà mai il titolo di studio perché a scuola non va è già oggi condannato alla disoccupazione e con ogni probabilità alla criminalità”. Di qui il suggerimento: “Investire nella scuola a tempo pieno, dalle 8 alle 22. Può sembrare una battuta, ma non è così: perché bisogna evitare che questi ragazzi stiano per strada, ma anche a casa loro, a contatto con la famiglia, magari malavitosa”.
 
Equazione inaccettabile. Non tutti, però, hanno apprezzato le parole di Bindy, come don Vincenzo Doriano De Luca, vice direttore di “Nuova Stagione” (settimanale della diocesi di Napoli): “Pur avendo smentito Rosy Bindi che la camorra è nel Dna dei napoletani, frase che aveva suscitato molte polemiche, penso che dire che la camorra sia un elemento costitutivo è, comunque, un’affermazione che se non vogliamo definire pesante, almeno è impropria”. Per il sacerdote, “sarebbe stato più giusto dire che una parte della società napoletana è in qualche modo legata alla criminalità organizzata”. Ma, osserva don De Luca, “l’equazione Napoli uguale camorra o Sicilia uguale mafia è pesante e inaccettabile, dal punto di vista antropologico e sociologico. Anche perché alimenta molti pregiudizi. Diciamo questo non per nasconderci dietro a un dito o per sminuire la gravità del fenomeno, ma non dimentichiamo il lavoro sul fronte della legalità di parrocchie, associazioni e politici onesti”. Scettica anche Lina Lucci, segretario generale della Cisl Campania: “inviterei le alte cariche dello Stato a pesare in maniera più oculata le parole e a mostrare maggiore attenzione alle sorti del Mezzogiorno con fatti concreti. In questo modo si rischia soltanto di gettare nello sconforto tante forze che ogni giorno combattono su questo fronte, aprendo una polemica inutile e fuorviante, di cui Napoli non ha certo bisogno”.
 

martedì 15 settembre 2015

DATE A CESARE QUELLO CHE È DI CESARE...

IL PAPA SULLE IMPOSTE
Le tasse da pagare? È giustizia sociale
Sulla prospettiva enunciata da Papa Francesco, la Chiesa italiana ha assunto una posizione limpida, attraverso le parole del presidente Angelo Bagnasco ("se qualche situazione di abuso fosse rilevabile, non vi è dubbio che vada sanzionata nell'interesse di tutti") e del segretario Nunzio Galantino ("se siete a conoscenza di una realtà che è commerciale e che non paga l’Imu denunciatela")
Domenico Delle Foglie
A voler prendere alla lettera le parole pronunciate da Papa Francesco alla portoghese “Radio Renascenca”, sarebbero indirizzate espressamente alle congregazioni religiose operanti in tutto il mondo. Dal Portogallo all’Italia, dagli Stati Uniti alla Nigeria. Ecco le parole del Papa: “Un convento religioso è esentato dalle imposte, però se lavora come un albergo paghi le tasse, altrimenti non è una cosa sana. Ci sono conventi quasi vuoti e anche lì può esserci la tentazione del dio denaro. Alcune congregazioni dicono: ora il convento è vuoto, facciamolo diventare un albergo e possiamo ospitare persone, mantenerci e guadagnare denaro. Bene, se desideri questo, paga le tasse. Un collegio religioso è esente dalle imposte, ma se lavora come un hotel è giusto che paghi le imposte”.
Non c’è dubbio che anche questa volta le parole di Papa Francesco siano destinate a lasciare il segno, come la cronaca e i commenti apparsi sulla stampa internazionale confermano. Nella piena consapevolezza dei doveri di cittadinanza enunciati dalla Dottrina sociale cristiana, alla cui sfera appartiene certamente anche il dovere di partecipare alla costruzione del bene comune attraverso la tassazione delle proprie attività che producono lucro, è del tutto evidente che nessuna struttura della Chiesa possa sottrarsi a questo dovere, sempre nel rispetto della specificità delle legislazioni nazionali.
In molti hanno evocato, anche per motivi di immediatezza comunicativa il “dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. E crediamo che nessuno possa dubitare della piena adesione di Papa Francesco a questo criterio che fonda la giustizia sociale e regola la sana laicità. In questa prospettiva sicuramente la Chiesa italiana e le diocesi italiane, forse impropriamente tirate in campo in queste ore, già si sono poste e sono con fiducia a fianco del Papa. A Roma come nella più piccola delle diocesi italiane. Basti ricordare, a questo riguardo, la ferma presa di posizione della Cei, espressa dal cardinale presidente Angelo Bagnasco. Famosa la sua affermazione: “Non pagare le tasse è peccato”. E per essere ancor più chiaro, il presidente non si è sottratto ad una riflessione specifica: “Ho avuto già modo di affermare che la Chiesa ha sempre pagato l’Ici per quel che riguarda le sue attività commerciali. Altro discorso è quello relativo al mondo del no profit, fuori e dentro la Chiesa. Ciò nonostante, se qualche situazione di abuso fosse rilevabile, non vi è dubbio che vada sanzionata nell’interesse di tutti”. Dal canto suo, il segretario generale della Cei, Nunzio Galantino, rispondendo ad un quesito postogli ha così risposto: “Se siete a conoscenza di una realtà che è commerciale e che non paga l’Imu denunciatela”.
Parole inequivocabili che dovrebbero spazzare il campo da ogni tipo di sospetto nei confronti della Chiesa italiana e dei suoi rapporti con la fiscalità generale. Anche perché è assolutamente nitida la posizione della Chiesa italiana in stretta sintonia con la Dottrina sociale cristiana. Lo stesso cardinale Bagnasco, infatti, ha sottolineato che “oggi la leva fiscale è la strada maestra per compartecipare alle necessità del bene comune, tenendo pure conto concretamente delle differenti condizioni di partenza perché non si chieda troppo a chi ha poco e poco a chi ha troppo”. Ecco una concreta applicazione della giustizia sociale a cui la Chiesa italiana non intende in alcun modo sottrarsi.
Poiché la legislazione fiscale italiana è ormai chiarissima nella distinzione delle attività commerciali sottoposte a tassazione, è bene che ciascuno faccia la propria parte senza cercare la speculazione o addirittura il polverone mediatico. Chi ha il dovere di pagare paghi (come la maggioranza assoluta delle realtà ecclesiali già fa, con puntualità e talvolta anche con innegabili sacrifici), chi non ha ancora pagato si affretti a regolarizzare la propria posizione, chi ha dei contenziosi con l’amministrazione finanziaria li risolva al più presto, chi ha da segnalare degli abusi si rivolga alle autorità competenti. Chi infine ha un convento vuoto, prima di deciderne la futura destinazione, rifletta sulle parole di Francesco e decida secondo coscienza.
 

ITALIA SEMPRE PIÙ POVERA?

RAPPORTO CARITAS 2015
Due milioni in più di veri poveri. Italia spaventata
Dall'inizio della crisi ad oggi (2007-2014) la povertà assoluta in Italia è raddoppiata, passando da 1,8 a 4,1 milioni di poveri. In punti percentuali si è passati dal 3,1% al 6,8% della popolazione. E i più poveri sono diventati ancora più poveri. Richiesta l'introduzione del Reis, il Reddito di inclusione sociale proposto dall'Alleanza contro la povertà. Welfare pubblico "ancora del tutto inadeguato"
Patrizia Caiffa
Dall’inizio della crisi ad oggi (2007-2014) la povertà assoluta in Italia è raddoppiata, passando da 1,8 a 4,1 milioni di poveri. In punti percentuali si è passati dal 3,1% al 6,8% della popolazione. Ma non solo. Sono cambiati i volti della povertà: prima della crisi era toccato solo il Meridione, ora anche il Nord. Prima solo gli anziani, ora anche i giovani. Prima riguardava le famiglie con almeno tre figli, adesso anche con due. Prima si era poveri perché senza lavoro, ora si è poveri anche con il lavoro. E a pagare il prezzo più alto, durante la crisi, sono stati i più poveri: il 10% delle persone in povertà assoluta ha sperimentato una contrazione maggiore del proprio reddito (-27%) superiore a quella del 90% della popolazione. È quanto emerge dal Rapporto 2015 sulle politiche contro la povertà in Italia della Caritas italiana, presentato oggi (15 settembre) a Roma, con una dettagliata analisi sulle politiche sociali dei governi degli ultimi anni, compreso l’esecutivo Renzi. In questi anni, rivela il Rapporto intitolato “Dopo la crisi, costruire il welfare”, sono cambiati i governi, ma le politiche sociali non hanno contribuito a risolvere la situazione, che rischia di diventare strutturale se non viene messo in piedi un sistema di welfare pubblico. Nello specifico, Caritas italiana chiede di nuovo l’introduzione del Reis, il Reddito di inclusione sociale proposto dall’Alleanza contro la povertà. Italia e Grecia sono gli unici Paesi in Europa a non averlo. Da una analisi sulle misure prese e annunciate dall’esecutivo Renzi - tra cui il bonus di 80 euro per i lavoratori dipendenti, il bonus bebè per famiglie con figli entro i 3 anni, l’assegno di disoccupazione (Asdi) e il bonus per le famiglie numerose - risulta molto scarso l’impatto sui più poveri: solo il 22% dei nuclei in povertà ottiene una delle prime tre misure e solo il 5,5% esce dalla povertà assoluta per effetto delle stesse. Secondo il Rapporto, lo sforzo complessivo del governo Renzi “è più incisivo di quello di molti suoi predecessori” per ampiezza di riforme che toccano diversi soggetti sociali. “Tra questi ultimi, tuttavia, non figurano i poveri”. Inoltre l’idea che la ripresa economica e quella occupazionale possano rendere “superflue” le politiche contro l’indigenza è “una infondata illusione”, senza un vero welfare per i più deboli. In ogni caso “poco non è meno di niente”, questo lo slogan ribadito da Caritas italiana.

La crisi ha colpito e colpirà ancora i più deboli.
Sebbene i dati Istat dicano che la povertà assoluta ha smesso di crescere (dal 7,3% del 2013 al 6,8% del 2014), questo non vuol dire che tutto sia a posto: “Rispetto all’Italia pre-recessione gli indigenti sono più che raddoppiati - afferma Cristiano Gori, docente di politica sociale all’Università Cattolica del Sacro Cuore, responsabile scientifico del Rapporto -. La peggiore crisi economica del secondo dopoguerra ha colpito soprattutto i più deboli”. E difficilmente si riuscirà a tornare ai livelli pre-crisi. Anche nei prossimi anni, osserva Gori, l’indigenza sarà “maggiore rispetto al passato e trasversale a tutti i gruppi sociali”, tanto da costituire “un tratto abituale del nostro Paese”.

Politiche sociali “nel segno della continuità”. Povertà diffusa, quindi, anche a causa di un welfare pubblico “ancora del tutto inadeguato”. Nel 2012 i Comuni hanno speso in media 15 euro a persona per servizi e interventi sulla povertà, con un massimo di 22 euro nei comuni del Centro e soli 6 euro al Sud. Per Gori il governo Renzi ha messo in campo politiche sociali “nel segno della continuità” con il passato, anche perché le misure come i bonus non hanno aiutato le persone “incapienti”, quelli cioè che non pagano le tasse perché con reddito inferiore agli 8.145 euro l’anno. Gli 80 euro ai dipendenti, ad esempio, hanno incrementato il reddito delle famiglie indigenti solo dell’1,7%. Nel 2017 il bonus bebè sarà ricevuto solo dal 9% delle famiglie povere. E anche se complessivamente il sollievo sul reddito dei poveri è del 5,7%, quindi “migliore rispetto ai precedenti governi”, si tratta di “un avanzamento marginale” perché raggiunge solo il 20% delle famiglie in povertà assoluta. Il leggero aumento dei fondi nazionali (politiche sociali, non autosufficienza e nidi) è una novità positiva ma ancora esigua rispetto agli stanziamenti pre-crisi. Basti pensare che nel 2008 i fondi nazionali per le politiche sociali erano di 3.169 milioni di euro e nel 2015 di soli 1.233,70 milioni di euro.

Sugli interventi annunciati: il Rapporto Caritas prende in esame anche gli interventi annunciati dall’esecutivo per il prossimo triennio: abolizione della Tasi sulla prima casa nel 2016, riduzione di Ires e Irap nel 2017 e dell’Irpef nel 2018. L’impatto dell’abolizione della Tasi sui poveri sarà “estremamente contenuto” poiché solo il 35% delle famiglie in povertà assoluta la paga. Anche la riduzione dell’Irpef non aiuterà gli incapienti (perché ovviamente non la pagano), mentre Ires e Irap riguardano solo le imprese. Le misure annunciate impatteranno dunque molto poco sui poveri assoluti, visto che non hanno abbastanza soldi o proprietà per pagare queste tasse.
 

BUONA SANITÀ ITALIANA

TECNICA D'AVANGUARDIA
Il primo trapianto di fegato da donatore a "cuore non battente"
Alessandro Nanni Costa, direttore del Centro nazionale trapianti: "Questo intervento è la migliore dimostrazione che nel nostro Paese, pur rispettando pienamente la normativa in atto, notoriamente tra le più 'garantiste' al mondo per la regolazione dei trapianti, è comunque possibile ampliare la gamma di possibilità per avere più organi disponibili per i tanti pazienti ancora in lista d'attesa"
Maurizio Calipari
Ancora un successo per la trapiantologia italiana. E per di più, di rilievo scientifico internazionale. All’Ospedale Niguarda di Milano, infatti, per la prima volta in Italia, è stato realizzato un trapianto di fegato, prelevato da un donatore “a cuore non battente”. Ne ha beneficiato un uomo di 40 anni, affetto da malattia epatica terminale. Questa metodica, già applicata con successo per il trapianto di cuore, è stata così estesa anche al fegato. L’intervento, che ha coinvolto l’Ospedale Niguarda, il Policlinico S. Matteo di Pavia e il Centro nazionale trapianti, in realtà è stato eseguito lo scorso 3 settembre, ma solo ieri (14 settembre) ne è stata data ufficialmente notizia. L’innovativa operazione ha dunque permesso per la prima volta l’utilizzo di un fegato, a fini di trapianto, “anche dopo il prolungato periodo di assenza di attività cardiaca (20 minuti secondo la legge italiana) - sottolinea una nota del Niguarda - un intervallo che avrebbe potuto esporre gli organi a danni irreversibili e compromettere il buon esito del trapianto”.
La peculiarità dei trapianti di organi prelevati da cadavere “a cuore non battente” sta nel fatto che la morte del donatore, in condizioni di arresto cardiaco, viene accertata con criteri cardio-circolatori, anziché neurologici. Per questa tipologia di accertamento, la legge italiana prevede un tempo d’osservazione e di tentata rianimazione di 20 minuti dal momento dell’arresto cardiaco (mentre in molti altri Paesi europei è di soli 5 minuti). Un tempo abbastanza lungo perché, data l’assenza di perfusione ematica, organi particolarmente delicati come il fegato possano subire dei danni irreversibili, il che li renderebbero inutilizzabili ai fini del trapianto. È proprio per questa ragione che, finora, questa tecnica non era mai usata nel nostro Paese.
Ma questa volta, i medici hanno provato a risolvere la difficoltà applicando - per fortuna con successo - una metodica impiegata normalmente per la rianimazione dei pazienti: la circolazione extracorporea “Ecmo” (Extra-Corporeal Membrane Oxygenation), la cosiddetta macchina cuore-polmoni, nota alla cronache dopo la pandemia di influenza A/H1N1 del 2009. Il fegato espiantato, dunque, prima di essere trapiantato nel ricevente, è stato “rigenerato” per un tempo congruo (circa 4 ore) nella macchina Ecmo, grazie alla quale è stata mantenuta la temperatura corporea del donatore ed è stata garantita l’ossigenazione dell’organo, ritardando il danno da ischemia. “Questa parte - spiega Luciano De Carlis, direttore dell’équipe di chirurgia generale e dei trapianti del Niguarda - è durata 4 ore, durante le quali abbiamo verificato che non ci fossero problemi ed eseguito una serie di analisi, come la biopsia del fegato”. Solo dopo questo processo, è stato possibile trapiantare l’organo nel ricevente.
“Questo intervento è la migliore dimostrazione – afferma Alessandro Nanni costa, direttore del Centro nazionale trapianti - che nel nostro Paese, pur rispettando pienamente la normativa in atto, notoriamente tra le più ‘garantiste’ al mondo per la regolazione dei trapianti, è comunque possibile ampliare la gamma di possibilità per avere più organi disponibili per i tanti pazienti ancora in lista d’attesa”.
Ma quali potrebbero essere i vantaggi reali di questa metodologia trapiantologica? “Questo intervento potrebbe aprire una strada importante per i trapianti di fegato - commenta De Carlis -, aumentando del 10% il numero di organi utilizzabili”. Una stima prudenziale, riferita al solo periodo iniziale di applicazione della procedura. Ma in futuro questa potrebbe aumentare. “Negli Stati Uniti - aggiunge il chirurgo del Niguarda - dove bastano 5 minuti per dichiarare il decesso dopo che il cuore ha smesso di battere, si parla di un +20-25% di organi disponibili”. Tuttavia, essendo l’accertamento della morte una questione molto delicata ed eticamente sensibile, la maggiore “garanzia” assicurata dalla legge italiana è sicuramente un buon incentivo alla donazione di organi. “In Italia il numero dei donatori di fegato è in linea con il resto d’Europa - afferma De Carlis -. Nel nostro Paese, il problema è piuttosto che i pazienti che hanno bisogno di trapianto sono quasi il doppio rispetto agli organi disponibili”. Attualmente, infatti, il tempo di attesa medio dei pazienti è di circa un anno, escludendo i casi di imminente pericolo di vita, i quali ovviamente hanno la precedenza assoluta.
 

lunedì 14 settembre 2015

Trasfigurare, la quinta via per #Firenze2015. Parla dom Bernardo Gianni


La trasfigurazione di Gesù sulla Croce è una deformità “capace di rendere noi finalmente dei-formi, partecipi di una bellezza che niente e nessuno ci potrà mai più togliere”. La quinta via del Convegno ecclesiale nazionale di Firenze (9-13 novembre) riletta da dom Bernardo Gianni

Educare, la quarta via per #Firenze2015. Parla Chiara Giaccardi

 
“L’educazione è un incontro, un inizio vivo in cui si gusta insieme un sapere e un sapore”. La quarta via del Convegno ecclesiale nazionale di Firenze (9-13 novembre) riletta da Chiara Giaccardi

Abitare, la terza via per #Firenze2015. Parla suor Lucia Sacchetti

 
Tra i vicoli del rione Sanità di Napoli, “abitare è come vivere e scorgere la bellezza della vita imparando ad appartenere a un luogo e alla sua gente”. La terza via del Convegno ecclesiale nazionale di Firenze (9-13 novembre) riletta da suor Lucia Sacchetti

Annunciare, la seconda via per #Firenze2015. Parla monsignor Domenico Pompili


Per annunciare "oggi c’è una possibilità in più, il mondo della Rete nel quale molte persone vivono e di cui non possiamo disinteressarci". La seconda via del Convegno ecclesiale nazionale di Firenze (9-13 novembre) riletta dal vescovo eletto di Rieti, monsignor Domenico Pompili, per il Copercom

Uscire, la prima via per #Firenze2015. Parla Emanuela Vinai


"Uscire è muoversi, è decidere di dire: è ora che mi muovo io perché altrimenti non si smuove niente". La prima via del Convegno ecclesiale nazionale di Firenze (9-13 novembre) riletta dalla giornalista Emanuela Vinai per il Copercom

L'ABBRACCIO DELLA CHIESA A UOMINI E DONNE DI OGGI ...MATRIMONI FELICI E MATRIMONI IN CRISI

RIFORMA DEL PROCESSO CANONICO
La salvezza delle anime è sempre al primo posto
Il Papa ha cercato di testimoniare come intende accompagnare gli uomini e le donne di oggi: i matrimoni riusciti, fecondi e felici, quelli in crisi, quelli lacerati. Tutti intende ricomprendere nell'abbraccio della Chiesa, che non scomunica, ma accoglie, che guida, corregge, sostiene e accompagna, nel segno appunto della misericordia
Francesco Bonini
“La funzione del diritto è orientata alla salus animarum”. Lo disse Papa Francesco a gennaio alla Rota romana. È un latino facile facile, che inquadra molto bene la riforma del “processo canonico per le cause di nullità del matrimonio” appena pubblicata, che questa linea attua praticamente.
Il matrimonio cattolico è una unione per la vita di un uomo e di una donna ed è indissolubile. Questo è e resta chiaro. Ma certamente non basta. Così Papa Francesco, fin all’inizio del suo pontificato, ha avviato una importante opera di verifica dello stato del matrimonio, di fronte alla crescente gracilità del vincolo, accentuata dalle rapidissime trasformazioni della società e dal disorientamento che ne consegue. Ecco allora i ripetuti interventi per ribadire gli elementi strutturali e l’importanza del matrimonio e della famiglia, ma soprattutto la realtà concreta della vita matrimoniale. Del resto lo aveva scritto nella “Evangelii Gaudium”: “La realtà è superiore all’idea”. E “questo implica di evitare diverse forme di occultamento della realtà”, che puntualmente enumera (n. 231, da rileggere con attenzione). Così del matrimonio e del matrimonio cristiano il Papa ha ricordato, incontrando tutti, a Roma e nel mondo, la straordinaria bellezza, ma anche le crisi e le difficoltà, denunciando con vigore gli attacchi - subdoli o espliciti - cui è soggetto dalla cultura dominante. In tutti i risvolti della vita matrimoniale, nella felicità e nella sofferenza, il Papa ha cercato di testimoniare come intende accompagnare gli uomini e le donne di oggi: i matrimoni riusciti, fecondi e felici, quelli in crisi, quelli lacerati. Tutti intende ricomprendere nell’abbraccio della Chiesa, che non scomunica, ma accoglie, che guida, corregge, sostiene e accompagna, nel segno appunto della misericordia, la parola-chiave (insieme a conversione) della predicazione, così semplice e così chiara, di Francesco. In concreto si tratta, con la riforma, di rendere più spedito l’iter di annullamento, in particolare per i casi più eclatanti, inserendolo meglio nell’ordinaria vita diocesana ed ecclesiale. In effetti molti matrimoni falliscono anche semplicemente perché sono di fatto nulli. E dunque è importante usare tutti gli strumenti giuridici e pastorali per allineare la forma alla sostanza. Anche per evitare l’allontanarsi puro e semplice dalla Chiesa di tutti coloro che si trovano in una situazione di crisi o difficoltà o rottura matrimoniale.
La disciplina dell’annullamento, riformata, ma in coerenza con i principi del diritto canonico, ribadisce una impostazione e, sul grande tema del matrimonio, le sue crisi e le soluzioni possibili, indica una via, nello stesso tempo realistica e coerente: venire incontro alle situazioni concrete, alle attese e alle speranze delle persone, coerentemente con i principi. Anche sotto questo profilo è così un passaggio importante del percorso di questo fondamentale Sinodo biennale sulla famiglia, ormai prossimo, a ottobre, all’appuntamento conclusivo e decisivo.
 

VERSO #FIRENZE2015

IL CARDINALE BAGNASCO
''La comunità internazionale isoli i tiranni e i violentatori''
Il presidente della Conferenza episcopale italiana dalla Terra Santa: ''Noi vescovi europei siamo qui per dare un segnale umile, discreto ma concreto di vicinanza, di ammirazione e gratitudine, di grande stima per i cristiani che qui vivono e presidiano i luoghi santi''. La solidarietà concreta della Cei. Il tema delle migrazioni verso l’Europa, le responsabilità dell’Onu e l’imminente Sinodo sulla famiglia
dagli inviati Sir a Korazim, Gianni Borsa e Daniele Rocchi
Migrazioni e persecuzioni dei cristiani: sono questi i principali temi che stanno facendo da sfondo all’assemblea plenaria dei vescovi e cardinali presidenti delle Conferenze episcopali europee (Ccee) in corso in Terra Santa, tra Korazim, Gerusalemme e Betlemme (fino al 16 settembre). Un evento storico poiché è la prima volta che i vescovi, presidenti di 35 Conferenze episcopali in rappresentanza di 45 Paesi europei, si ritrovano nella terra di Gesù per la loro assemblea annuale. “Siamo qui per dare un segnale umile, discreto ma concreto di vicinanza, di ammirazione e gratitudine per la Terra Santa - spiega il presidente della Conferenza episcopale italiana, cardinale Angelo Bagnasco - di grande stima per i cristiani che qui vivono e presidiano i luoghi santi cari a tutta l’umanità, cattolica e cristiana, e che sono in forte difficoltà. Tornare alle radici della nostra fede cristiana è una grande grazia che noi vescovi riceviamo”.
 
Ha citato le comunità cristiane in grande difficoltà e il pensiero corre anche a quelle perseguitate in Siria e in Iraq. Ancora ieri, all’Angelus, Papa Francesco ha voluto ricordare la “testimonianza di tanti fratelli e sorelle nostre, giovani, anziani, ragazzi, bambini, perseguitati, cacciati via, uccisi per confessare Gesù Cristo”. È possibile fermare queste persecuzioni e come?
“Intanto con la preghiera, come Papa Francesco ci invita a fare. In secondo luogo è necessario che i riflettori del mondo e dei media non si spengano su questa tragedia continua della persecuzione religiosa e etnica. Altro punto importante è aiutare i cristiani a non essere costretti ad abbandonare il proprio Paese aiutandoli sul piano dei bisogni, come casa, lavoro, istruzione. Non è facile ma è un aiuto concreto”.
 
La Cei a riguardo ha promosso diversi progetti…
“La Chiesa italiana recentemente ha stanziato circa due milioni di euro per permettere a 1400 bambini figli di rifugiati cristiani accolti in Giordania di tornare a scuola. I vescovi di qui mi riferiscono che è stato un grande segno di incoraggiamento anche per i genitori la cui vita riprende una certa normalità nel vedere i figli in classe”.
 
Tornando alle persecuzioni, preghiera e solidarietà di certo non bastano per fermarle. Servirebbe un impegno maggiore, concreto, da parte della comunità internazionale, non crede?
“La cosiddetta comunità internazionale a mio avviso, se volesse, potrebbe mettere la parola fine. Non attraverso particolari azioni di forza ma per mezzo di altri canali. Intendo dire che se si isolassero coralmente tutti i soggetti tirannici e violentatori che sono contro le libertà e la vita di tanta gente, con una continua condanna morale, ripetuta e universale - tagliando nel contempo ogni rapporto commerciale - io credo che le cose potrebbero cambiare”.
 
Stiamo assistendo a un vero e proprio esodo di massa di migranti verso l’Europa. Ieri si è registrata un’altra strage di migranti nell’Egeo, molti erano neonati e bambini. Nel frattempo il ministro dei Trasporti tedesco, Alexander Dobrint, ha denunciato il “fallimento totale” dell’Ue nella difesa dei suoi confini esterni, sollecitando l’applicazione di misure urgenti per arrestare l’afflusso record di migranti dal Medioriente…
“Cosa significa che l’Europa non ha saputo difendere i suoi confini esterni? Vuol dire forse che si dovevano erigere muri o fili spinati? Non è questa la logica di un’Europa civile! Inutile che si aspetti in Europa che questo fenomeno si dissolva. Il Sud del mondo si è messo in movimento verso uno spiraglio di vita migliore e nessuno lo fermerà. Per questo vado ripetendo che non solo l’Europa deve muoversi - e si è mossa molto tardi -. Ricordiamo che l’Italia è stata la prima che si è mobilitata, con grande generosità, e meglio che ha potuto. Ma anche l’Onu deve prendere seriamente in considerazione il fenomeno a livello internazionale”.
 
Questi giorni sono serviti ai vescovi anche per incontrare tante famiglie delle comunità locali e ascoltare i loro bisogni, aggravati dai conflitti di questa regione. Fra poco meno di un mese si svolgerà il Sinodo ordinario sulla famiglia che sta suscitando molte attese. Che cosa realisticamente possiamo aspettarci da questo evento?
“Il Papa ha raccolto e dato forma alle preoccupazioni di tutti i suoi vescovi e pastori. Ci si domanda infatti come mai i giovani fanno fatica a sposarsi: sembra che abbiano quasi paura a creare una famiglia. E come mai i legami affettivi sono spesso tanto fragili? Perché ci sono così tante divisioni, separazioni, divorzi? Come è possibile aiutare di più e meglio l’educazione affettiva, che ormai deve cominciare prestissimo? Un’educazione che avvenga in modo corretto e non distorto come si vorrebbe, e mi riferisco alla teoria del gender… Questi sono i problemi di fondo del Sinodo, durante il quale affronteremo anche altri temi - come già fatto nella prima parte del Sinodo - in modo sereno e leale insieme al Santo Padre”.
 
Un problema sarà la legge sulle unioni civili che, a sentire il premier Renzi, sarà approvata entro il 15 ottobre?
“Ribadisco, a riguardo, la nostra posizione, che è semplice: la Chiesa non è contro nessuno ma crede fermamente e sostiene il matrimonio naturale come è descritto nella nostra Costituzione, quindi padre, madre, figli, con determinati diritti e doveri sulla base del patto matrimoniale. Non capiamo perché ogni altra forma di convivenza debba essere trattata allo stesso modo del matrimonio e della famiglia”.
 

venerdì 11 settembre 2015

VIOLENZA, VENDETTA, SOPRAFFAZIONE E FANATISMO: LA NUOVA RELIGIONE NELLA TV U.S.A.

SUL PICCOLO SCHERMO
Negli Usa la ''Mano di Dio'' si vede in tv
Una nuova serie prodotta da Amazon promuove una rappresentazione della religione basata sul fanatismo e sulle idee della vendetta, della violenza e della sopraffazione. Con scene molto dure e nessuno sconto sulla linea narrativa, "Hand of God" finirà inevitabilmente per far nascere discussioni e polemiche fra gli addetti ai lavori e fra gli spettatori
Rino Farda
Quando Papa Francesco arriverà negli Usa, gli americani avranno già visto almeno due puntate di una nuova serie tv prodotta da Amazon che si chiama “Hand of God”, letteralmente la “Mano di Dio”. La prima puntata di questa serie, che è destinata a far discutere credenti e non credenti, è andata in onda il 4 settembre e l’episodio pilota era stato diffuso su Amazon già un anno fa. Racconta la storia tragica di un giudice che si tramuta in una specie di vendicatore “extra legem” perché è convinto di interpretare la volontà di Dio. “Quando siamo andati a vendere lo show, prima che fosse preso da Amazon, eravamo consapevoli di come i programmatori delle tv fossero in ansia di avere a che fare con uno spettacolo che ha la parola ‘Dio’ nel titolo”, ha raccontato l’attore protagonista Ron Perlman (“Sons of Anarchy”, “Hellboy”). “Ma l’obiettivo che l’episodio pilota raggiunge brillantemente è dimostrare che il rapporto con la fede è personale. È come un’impronta digitale. Non esistono due persone che lo fanno nello stesso modo”.
A detta dei giornalisti Usa che hanno visto il primo episodio, il linguaggio della serie è esplicito e non mancano le scene di violenza. Secondo la trama diffusa sui media internazionali dalla produzione, Pernell Harris è un giudice corrotto che trova la fede in seguito al tentato suicidio del figlio (dopo aver assistito allo stupro della moglie era caduto in depressione). Pernell visita il figlio in ospedale e ha alcune allucinazioni che lo conducono a un agente di polizia: crede che sia l’uomo che ha stuprato sua nuora. Nonostante le prove dell’innocenza dell’agente, Pernell è convinto di essere stato scelto da Dio per infliggere giustizia e comincia così la sua battaglia (“crociata”, nel press release originale) contro il “crimine”. Con scene molto dure e nessuno sconto sulla linea narrativa, la serie tv “Hand of God” finirà inevitabilmente per far nascere discussioni e polemiche fra gli addetti ai lavori e fra gli spettatori. Ideata e prodotta da Ben Watkins, un autore relativamente giovane, la serie è diretta da Marc Foster, un regista che debutta nella tv dopo aver diretto film come “World War Z” e “Monster Ball”. Amazon Studios, che ha prodotto la serie, spera in questo modo di potersi accreditare sempre di più nel mercato internazionale che attualmente è dominato da Netflix (“House of Cards”), Hbo (“Game of thrones”), Amc (“The Walking Dead”). Per raggiungere il risultato sono disposti a tutto, anche a mettere in discussione uno dei tabù più radicati di Hollywood: mai mettere il nome di Dio in un titolo. Aveva cominciato, quasi un secolo fa, uno che la sapeva lunga come Walt Disney. Nei suoi cartoni e nei suoi film, ogni simbolo religioso era rigorosamente vietato. “Le questioni legate alla religione dividono il pubblico e penalizzano il botteghino”, diceva. Nel 2004, il successo internazionale del film “The passion” di Mel Gibson (un linguaggio molto crudo, ai limiti dello splatter, per raccontare la Via Crucis) aveva convinto i produttori Usa a rimettere in discussione i loro preconcetti. Hollywood, soprattutto, era rimasta impressionata dal trionfo mondiale della “Bibbia” televisiva realizzata in Italia dalla Lux Vide dei Bernabei. Convinti che si potesse “spettacolarizzare” ancora di più il racconto biblico, nel 2013 avevano prodotto “The Bible”, una miniserie televisiva per History Channel, un successo travolgente per una drammatizzazione con molti “miracoli” ed effetti speciali. “Non vogliamo dare risposte, vogliamo solo spingere alcuni pulsanti delle reazioni inconsce degli spettatori”, dicono oggi i produttori di “Hand of God”. Suona paradossale, così, che, alla vigilia della visita pastorale di Papa Francesco nel nord America, Hollywood promuova una rappresentazione della religione basata sul fanatismo e sulle idee della vendetta, della violenza e della sopraffazione. E questo proprio pochi mesi prima che inizi il Giubileo straordinario della Misericordia voluto da Papa Francesco e, proprio nello stesso periodo, in cui si registrano ogni giorno nuove efferatezze dei terroristi dell’Isis.